Per un movimento popolare

23 10 2008

Le dichiarazioni di ieri di Silvio Berlusconi non sono una trovata comunicativa per portare l’attenzione su una delle sue ministre preferite e cioè l’on. Gelmini. Chi pensa questo non conosce bene la vera essenza di questo Governo. Le parole del Pd e del suo leader di carta pesta Veltroni sono opportune, ma non riescono comunque ancora a lavare il peccato originale di una forte compromissione con il centrodestra. Il vero miracolo politico di Silvio Belusconi è stato quello di riuscire a sdoganare le destre, tutte le destre di questo paese dal Fronte Veneto Skinheads, passando per Forza Nuova, per la Lega, Alleanza Nazionale e riuscire a portarle insieme, alla guida del Paese. Il cerone di Silvio Berlusconi serve solo a coreggere ed ad addolcire la linea della sua mascella che ricorda quella di uno che in Italia ancora rimpiangono in troppi. Sotto il doppio petto di Berlusconi batte un cuore nero ed autoritario che nelle situazioni complesse viene fuori nella sua vera essenza.  I moderati del Pd hanno la colpa dunque, di avere legittimato questa operazione dando una credibilità istituzionale a questa cultura politica perché il Pd, oramai incapace di una vera svolta riformista, si accontenta  di amministrare l’esistente e ha rinunciato ad un progetto di trasformazione della nostra società. Anzi non c’è l’ha per niente. Le occupazioni – ma in realtà siamo in presenza di un fenomeno di sistematico rifiuto di una didattica ingessata, docile che non vuole rimane ingabbiata dentro le aule delle Università – danno molto fastidio all’attuale Governo e la soluzione in questi casi per chi è di destra e di una destra autoritaria è semplicissima. E’ l’appellarsi all’ordine, alle forze di polizia per normalizzare, per reprimere. “Non è il tempo di cercare le farfalle sotto l’arco di Tito” avrebbe detto qualcuno. C’è un emergenza, c’è del disordine e quindi bisogna reprimerlo. Sono gli stessi di Genova, non dimentichialo: sono quelli della Diaz, di Bolzaneto, di Forte San Giuliano, di Piazza Alimonda. Sono, in questo momento, ancora più forti e non possiamo negarlo. Il movimento che sta nascendo forse li può impensierire. Ma ancora non è un movimento di massa: appare frantumato e non riesce a raccogliere le simpatie degli italiani. Lo dicono non solo i dati – Berlusconi al 70% del gradimento fra gli italiani – lo dice la gente che in questo momento di terrore indotto da una crisi finanziaria che può travolgere tutti e scardinare gli agi della società consumista, scelgono di affidarsi all’uomo forte. In un clima di emergenza globale c’è bisogno di ordine. Berlusconi lo sa, e sa cavalcare le paure degli italiani. Potrebbe anche darsi che questo suo intervento possa essere un autogoal. Ma forse tocca a noi tutti e tutte trasformarlo in un contropiede meraviglioso. Serve che questo movimento nato nelle Università, non sia autoreferenziale e continui ancora di più, a stare nelle piazze, nelle strade, nei luoghi di lavoro. L’intuizione delle lezioni in piazza da una dimensione realmente universale al Sapere, ma dobbiamo essere capaci di mettere in discussione non solo la riforma Gelmini, ma tutta la impostazione della nostra società. Non però, con supponenza, non però pensando in un ruolo guida deli universitari alla “rivolta”. Si tratta di essere enzimi, si tratta di riuscere a diventare veramente popolari e riuscire a discutere con i lavoratori, con i precari, con gli anziani e con quella fascia di italiani che oggi appaiono insoddisfatti da tutto e trovano nella omologazione culturale delle destre un buon cantuccio dove riuscire a vivere in un apparente tranquillità storditi dal terrore. Il movimento che sta nascendo credo, che possa provare  a giocare questo ruolo. Bisogna però capovolgere l’individualismo della nostra società che un po’, come i reumatismi quando si vive in posto troppo umido, ci è entrato nelle ossa e l’unico antidoto è appunto quello di lasciare le aule universitarie e lasciarci dentro le nostre sicurezze e le nostre certezze a volte troppo accademiche. Dobbiamo parlare con tutti quelli che ci stanno intorno e soprattutto dobbiamo provare a parlare con quelli che non si fermano ad ascoltare le nostre lezioni. Faticoso, ma dobbiamo almeno provarci.





Mettiamoci la faccia: non perdiamo il senso della misura!

14 10 2008

Ho scoperto oggi di un blog portato avanti dal Prof. Grasso (www.ilsensodellamisura.com) dove sono stato tirato in causa da un tale che si firma Archimede. Questo blog vuole portare avanti una campagna di trasparenza sull’Università e dunque trova il mio pieno appoggio. Non condivido però che ci siano anonimi firmatari di offese e di sospetti. Personalmente ho già lasciato il mio commento e come dire non ho nulla da temere. Dunque buon lavoro a l Prof. Grasso e al suo blog con la speranza e l’invito a non accogliere chi nn si firma. Manca di coraggio…e in tempi poco chiari,di coraggio ne serve ancora di più.

RISPOSTA A TALE ARCHIMEDE

Chiarissimo Prof. Grasso,
Le faccio innanzitutto i complimenti per il suo blog. Sono un sotenitore della c.d. e-democracy e credo che i blog siano appunto, un elemento di trasparenza e di partecipazione diretta. Anche io nel mio piccolo ne  ho uno dove inserisco le mie posizioni riguardo alle questioni più varie.
Mi piace anche il fatto che appunto, Lei come me, ci mette la faccia e si assume la responsabilità di quello che dice. Devo però rammaricarmi che non tutti i suoi lettori fanno lo stesso. Questo è negativo in quanto se si vuole portare avanti la politica della trasparenza e della legalità, bisogna metterci sempre come fa lei, e come fanno Lorè ed Ascheri il nome e la faccia. Chi si firma colombina o pitagora non credo possa essere di questa partita e men che meno può dire di volere la trasparenza.
Non sono trasparenti per prima loro. Nascondono la propria identità e dunque, hanno qualcosa,  di poco chiaro da celare. Credo che un blog serio come è il Suo professore, impegnato in una battaglia importante non dovrebbe ospitare tali interventi, perchè appunto squalificano e riducono la serietà e la reputazione del Suo punto di vista. La invito dunque – per il bene della democrazia e della trasparenza – in quanto moderatore a non pubblicare interventi non firmati. Mettiamoci la faccia. Non c’è nulla da temere, nemmeno contro i c.d. poteri forti: le battaglie vanno condotte alla luce del sole altrimenti perdono di efficacia o possono alimentare i sospetti di qualche secondo fine.
Inoltre chi fa accuse e non si firma certamente ha la coda di paglia e forse sa di non dire la verità. Manca del senso della misura, volontariamente o per qualche secondo fine.
In particolare tale Archimede butta il sospetto su di me e sui miei comportamenti quando sono stato Rappresentante degli Studenti in Consiglio di Amministrazione dell’Università e per la precisione si fa la domanda retorica di come io ho votato sui bilanci. All’epoca ero in Consiglio con Lei Prof. Grasso, che credo possa testimoniare che nonostante fossi un giovane alle prime armi e dovevo guardare principalmente alla questione dei provvedimenti per gli studenti,  sconfinavo insieme ad altri studenti anche in altre questioni. In particolare si può andare a vedere il mio comportamento sui bilanci alle pagine web  dell’Ateneo e  si scoprirà che ne ho votati meno del Prof. Grasso e che ho portato avanti insieme all’amico Di Gioia una battaglia che all’epoca veniva considerata residuale e poco importante dai membri del Consiglio. Mi riferisco all’adozione del “Nuovo Regolamento Amministrativo Contabile” : all’epoca ho sostenuto in ogni sede per circa un anno e mezzo che il nuovo regolamento svuotava radicalmente di poteri il C.d.A. ed in particolare, veniva a diventare più difficile la possibilità di controllare i bilanci da parte dei singoli Consiglieri. Ricordo sedute piùttosto vivaci che portarono anche a far saltare ed a rimandare l’approvazione di tale documento per diversi motivi, uno ad esempio è che mancava il parere del Collegio dei Revisori dei Conti, cosa che fu messa in eveidenza solo dagli studenti. Per la precisione potete confrontare i verbali della del C.d.A. del 17 maggio  1999 dove il Rettore Tosi portò un Regolamento predisposto da Riccaboni, Interi, Colucci, Bruni ed integrato dalle osservazioni di un gruppo di lavoro predisposto dal Senato dove vi erano Belli, Santoro, Focardi,  che  facemmo come studenti, non approvare in quanto mancava del parere dei Revisori.  Inoltre potete confrontare il verbale della riunione del  C.d.A. del 17 aprile del 2000 punto n.5 dell’Odg dove potrete leggere la mia dichiarazione. Avemmo fortuna o fummo profeti? Non lo so. So solamene che personalmente mi era caro il tema del controllo: ero uno studente di Giurisprudenza di questo Ateneo e poiché giustamente, i nostri docenti ci facevano studiare la culpa in vigilando, noi in Consiglio di Amministrazione applicavamo quello che ci facevano studiare. Almeno ci provavamo. Oggi i consiglieri di amministrazione dovrebbero fare altrettanto e depositare – per tornare al coraggio delle proprie idee – una mozione di sfiducia nei confronti del Direttore Amministrativo Loriano Bigi, che secondo il Diritto con la sua culpa in vigilando ci può riempire il c.d. buco. Ma nessuno lo fa… Come mai? Questo un semplice chiarimento che spero Lei Prof. Grasso, in quanto all’epoca  mio collega, potrà confermare pubblicamente sulle pagine del suo blog. Concludo ricordando che Archimede finanche in punta di morte ebbe il coraggio di opporsi al soldato romano che lo trafiggeva durante il sacco di Siracusa e lo fece mettendoci la faccia. La prego dunque di c.d. Archimede di dichiararsi e di non infangare la memoria del grande studioso Siracusano. Non ne ha nemmeno un briciolo di quel coraggio. Grazie.





UNA GRANDE NARRAZIONE CORALE PER USCIRE DALLA CRISI

6 10 2008

Potrà sembrare un paradosso, ma la grave crisi in cui versa il nostro Ateneo potrebbe se compresa fino in fondo, trasformarsi in una opportunità per la nostra Università. Capire lo stato di crisi non significa però solamente, fare ordine nei conti. I bilanci sono solo un sintomo della crisi che vive l’istituzione Università nel nostro paese e naturalmente, anche nella nostra città. Le leggi degli ultimi venti anni che hanno dato agli Atenei l’autonomia finanziaria e didattica non sono state in molti casi, usate correttamente. Il mix delle due autonomie ha fatto divenire i nostri atenei tante città stato in competizione perenne fra loro. La competizione naturalmente, si è giocata sulle spalle degli studenti che sono diventati una merce da conquistare. Ma non si è scelto di migliorare i servizi, di potenziare il sistema di diritto allo studio, di migliorare la didattica, si è scelto in molti casi, di far nascere corsi di laurea di tendenza che strizzavano l’occhio alla moda del momento. L’introduzione del tre e due ha poi, fatto diventare lo studente una sorta di automa docile che, schiacciato dalla rincorsa del credito non può vivere a pieno l’Università come momento formativo ed anche di libertà di espressione e di conoscenza. Basti guardare alla crisi di un istituto come l’Erasmus, che era prima della riforma, tra i più gettonati fra gli studenti stessi. L’autonomia finanziaria ha permesso anche operazioni agli atenei di “colonizzazione” dando la possibilità di delocalizzarsi nei territori limitrofi facendo sorgere poli universitari che non guardano alle specificità di questi, ma replicano soprattutto nei difetti, le grandi facoltà centrali. Alcuni scandali, molti anche enfatizzati più del dovuto, hanno dato il colpo di grazia ad una Istituzione che in questo momento appare appannata. La crisi dell’Università di Siena non prescinde da questi aspetti. Ma può diventare un occasione per la nostra comunità universitaria. I giudizi di questi giorni letti sulla stampa hanno consegnato alla opinione publica l’immagine di una Istituzione alle corde e in molti e, soprattutto la politica, hanno dettato la ricetta all’Università per uscire dalla crisi. Alcune di queste ricette però, mi sono apparse troppo semplici e forse troppo vogliose di togliere alla nostra Università quell’ autonomia positiva che ne hanno fatto in 767 anni una delle istituzioni principali della nostra città e dell’Europa intera. Il nostro Ateneo, i suoi lavoratori, gli studenti non possono essere mortificati e ridotti allo stereotipo dell’inefficenza. E per dimostrarlo dobbiamo cogliere tutti insieme questa occasione per far comprendere che l’Università di Siena è capace di autoriformarsi, di uscire da questa crisi più forte di prima. Dobbiamo però ribaltare l’idea dell’Università luogo del favore. Nella nostra Facoltà di Giurisprudenza insegnamo e pretendiamo che i nostri studenti sappiano che cosa è la culpa in vigilando e quali le pene. Nella Facoltà di Lettere e Filosofia studiamo l’etica della responsabilità; nella nostra Facoltà di Economia insegnamo ai giovani i modi per amministrare bene le aziende e le istituzioni pubbliche. Bene, dobbiamo dare un segnale chiaro a chi in questi giorni ci guarda e ci osserva e dimostrare che non siamo il luogo appunto, dell’eccezione, ma che le cose che insegnamo siamo i primi poi ad applicarle al nostro interno. Il Rettore è dunque, chiamato a fare subito scelte chiare e coerenti con i principi che difendiamo ma, allo stesso tempo dobbiamo rafforzare il nostro senso di comunità mettendoci immediatamente al lavoro tutti e tutte per risolvere questo momento delicato. Non servono ricette di uno solo. Serve invece, una narrazione corale di tutta la comunità. Docenti, personale tecnico amministrativo studenti e studentesse dobbiamo aprire una discussione ampia e partecipata al nostro interno, lavorando insieme ad un progetto nuovo di Università, mettendo da parte il particulare di ognuno di noi. Nel corpo diffuso del nostro Ateneo ci sono le capacità per riuscire a rafforzare il prestigio e per scrivere un progetto comune e virtuoso che possa rilanciare l’Ateneo che deve si guardare al suo territorio, ma deve rimanere autonomo e capace difendere gelosamente l’autonomia positiva che l’ha fatta diventare un moltiplicatore di sapere e di opportunità per la nostra città. Mai come adesso la nostra comunità si deve stringere in un solo corpo e dare i segnali a tutti che l’Ateneo è capace di rilanciarsi, di crescere e di non fuggire alle proprie responsabilità. Solo così potremo dimostrare che nella nostra Università c’è si un buco, ma non abbiamo nessun buco di idee sulle cose che dobbiamo tutti insieme fare.