La democrazia non rappresentativa ( una lettera aperta )

24 01 2008
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Pubblico una riflessione dell’amico – un tempo si sarebbe detto intellettuale – torinese Leonardo Palmisano. Ancora una volta Leonardo – come ai tempi del liceo – mi freghi ed avrei voluto scrivere io le stesse cose. E tu lo fai sempre meglio di me…
Una nota: ascoltando il dibattito di ieri alla Camera si è capito il vuoto di una classe politica che è lontana dai problemi reali del paese. Da Destra a Sinistra. Anche quella radicale.
fpi
Si dice che l’Italia sia un paese spaccato. Di più: che ci siano ormai tante Italie, ciascuna a suo modo in emergenza, ciascuna a suo modo pronta a scoppiare. Si dice che tutte le Italie – da quella di Confindustria a quella dei precari – abbiano perso fiducia nelle istituzioni, che siano deluse, che non credano nel futuro.
Le cose non stanno esattamente così.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – ad essere scontenti e amareggiati, a non avere fiducia nel futuro, a sentirsi perennemente in emergenza, possono essere soltanto i “non (o mal) rappresentati”. Perciò, se è vero (ed è vero) che esistono varie Italie, il confine che le separa può essere solo quello tra chi sente risuonare, nei rappresentanti delle istituzioni, la propria voce, e chi si sta progressivamente rassegnando al soliloquio e alla pazzia.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – i cittadini votano per il partito o per il candidato nel quale si riconoscono, o che credono senta l’urgenza di rivendicare i loro diritti; votano per il partito o per il candidato che appoggerà un governo con determiniate priorità, disposto a discutere di alcuni temi e non di altri, in un modo e non in un altro, con un interlocutore e non con un altro; votano per il partito o per il candidato che esprime le loro idee, o del quale apprezzano le intenzioni. Soprattutto votano, i cittadini, per il partito o per il candidato che, credono, manterrà la propria parola, dall’inizio alla fine, dal primo all’ultimo giorno del suo mandato parlamentare – questo, naturalmente, in una democrazia rappresentativa.
Ora, la prima domanda è dunque questa: l’Italia è ancora un paese governato secondo un sistema di democrazia rappresentativa? La classe politica, in altre parole, rappresenta i propri elettori?, o meglio, quali elettori sono e si sentono rappresentati da questa classe politica?
Si sente rappresentato, ad esempio, un omosessuale o un convivente? Quale partito si batte, compatto, per i suoi diritti? Quale partito promuove delle leggi affinché gli siano garantiti?
Si sente rappresentato e garantito un cittadino non cattolico? Quale partito si esprime, unito, in difesa della sua libertà di professare il proprio credo religioso senza sentirsi un fuorilegge sacrilego o, se non è credente, in difesa del suo diritto ad esprimersi pubblicamente in quanto ateo?
Si sente rappresentato un lavoratore a cottimo? Un precario? Un extracomunitario?
Altre domande.
Si sente rappresentato un cittadino eterosessuale che giudica l’omosessualità una malattia?
Si sente rappresentato un cattolico che crede nell’infallibilità del Papa, e nell’urgenza che lo stato sovrano si pieghi al volere della Chiesa?
Si sente rappresentato un cittadino che vorrebbe cacciare oltre i confini gli extracomunitari, e che invoca tempeste che disperdano le navi della disperazione?
Si sente rappresentato e tutelato un amministratore corrotto? Un monopolista? Un evasore? Un mafioso?Facciamo un esempio.
Domenica scorsa, in piazza San Pietro, a difendere la libertà d’opinione del Papa, non c’erano solamente dei cattolici integralisti, ma anche degli ebrei (amici dell’onorevole Casini), degli atei devoti, dei sedicenti democratici virtuosi, spinti – così hanno dichiarato – non dalla loro fede ma dal (presunto, e comunque abusato) precetto volteriano “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.
Ma quanti cattolici, ebrei (amici dell’onorevole Casini), atei devoti, sedicenti democratici virtuosi sono scesi in piazza, spinti dallo stesso principio volteriano, negli ultimi duemila anni, per difendere la libertà di espressione degli animisti, dei musulmani o dei monaci del Tibet? Quante volte, per restare ai giorni nostri, il Pontefice ha difeso gli extracomunitari dalle invettive razziste del devoto Mario Borghezio, del quale si è affrettato, domenica mattina, a ricevere la solidarietà? E, soprattutto, da chi e dove sono rappresentati i cittadini che si pongono delle domande di questo tipo – considerato che TUTTI i partiti hanno manifestato incondizionata solidarietà al Papa e si sono detti preoccupati per “i pericolosi segnali di intolleranza” provenienti tanto dall’Università quanto dalla società (in)civile? Chiamare ipocriti gli illuministi opportunisti dell’ultim’ora – primi tra tutti Ratzinger e Ruini – significa, dunque, essere intolleranti?A questo punto, però, occorre completare una definizione. Gli italiani che non si sentono rappresentati hanno un’altra peculiarità che li contraddistingue: sono dei fatalisti, inerti e pigri. Fedeli al comandamento dei loro padri e dei loro nonni, sulle cui fatiche e sul cui sangue è stata fondata la Repubblica, continuano a considerare il voto “un sacrosanto diritto/dovere”: il diritto/dovere, dicono, di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Non si accorgono, non vogliono, non sanno accorgersi, che nell’Italia contemporanea quel diritto/dovere è ridotto di fatto, per loro, alla possibilità di scegliere chi NON li rappresenterà, chi non ha mai pensato di rappresentarli, chi li tradirà il giorno dopo aver giurato da deputato o da senatore. Invece di chiedersi se, per loro, il voto sia ancora un diritto, e se questo diritto dia ancora un vero, effettivo, concreto potere decisionale, preferiscono rifugiarsi nella formula dogmatica che hanno ripetuto e sentito ripetere migliaia di volte. E così tornano, come pecore di un gregge, a un recinto (l’urna) nel quale non sono più al sicuro, senza vedere che ad accompagnarli non ci sono più, da tempo, cani da guardia ma lupi.
Viene da chiedersi, allora, che cosa accadrebbe se questi cittadini si ribellassero, una sola volta, alla propria pigrizia; se, ad esempio, alle prossime elezioni, decidessero di non votare, di non ridare fiducia a chi della loro fiducia ha già più volte abusato e che alla loro fiducia pretende ogni volta di avere diritto; se ciascuno di questi elettori (la cui unica funzione, negli ultimi anni, è stata quella di sperare e continuare a sperare, contro ogni logica, persino contro ogni istinto), comprendesse che non esistono rituali e sacralità immutabili nella pratica democratica, che essa è legata soltanto alla libertà di coscienza degli individui – che, insomma, così come il voto è un diritto/dovere in una VERA democrazia rappresentativa, l’astensione è un diritto/dovere in una FALSA democrazia che ha tradito il suo vincolo di rappresentanza – e che, di fatto, non è più se stessa.
Accadrebbe, nel migliore dei casi, ciò che un noto elettore di centrosinistra invocò alcuni anni fa: cambierebbero i volti e i modi di chi fa politica in nome dei cittadini; si tornerebbe finalmente a chiedersi quali siano i bisogni delle persone e a scegliere, di conseguenza, le politiche da attuare per soddisfarli; si avrebbe il coraggio di accorgersi che i cittadini (non solo i tempi) sono cambiati, che probabilmente non è più la fede nello stesso dio a tenerli insieme, ma l’urgenza (più o meno consapevole) di poter tornare a credere in un’idea di giustizia e di felicità terrena – giustizia e felicità che non si realizzino CONTRO il volere di alcun dio, ma con la sua benedizione, perché di certo il dio dell’uomo contemporaneo approva l’uso di contraccettivi per prevenire malattie e gravidanze indesiderate, e sorride per le conquiste scientifiche che consentono alle coppie sterili di poter vivere la gioia di un figlio… ma, purtroppo, non è ancora riuscito a comunicarlo al Santo Padre; si avrebbe, forse, finalmente, la possibilità di ascoltare uomini politici dalle idee chiare e dai progetti fermi, privi tanto di superbia quanto di smanie di genuflessione, e di vederli candidarsi al governo del paese con la consapevolezza che non c’è colpa nel non essere d’accordo sempre con tutti e che le identità, talvolta, meritano di essere affermate e difese anche a costo di scontrarsi (non solo confrontarsi) con l’altro.
Nel peggiore (e più probabile) dei casi, però, ci troveremmo di fronte una classe politica superba e rancorosa, pronta a sputare veleno sul popolo degli anomali elettori, reo di non averle consentito di esercitare ancora una volta, “legittimamente”, CONTRO DI ESSO, il proprio potere, e ad accusarlo di essersi fatto intossicare dai vapori dell’antipolitica – di cui presumo questa mia lettera potrà essere giudicata pregna… Ma dovrebbe essere noto, a così navigati rappresentanti delle istituzioni democratiche, che l’antipolitica, in democrazia, non può esistere, se non a patto di negare e di svuotare di senso la politica stessa.
Facciano loro.Leonardo Palmisano

Si dice che l’Italia sia un paese spaccato. Di più: che ci siano ormai tante Italie, ciascuna a suo modo in emergenza, ciascuna a suo modo pronta a scoppiare. Si dice che tutte le Italie – da quella di Confindustria a quella dei precari – abbiano perso fiducia nelle istituzioni, che siano deluse, che non credano nel futuro.
Le cose non stanno esattamente così.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – ad essere scontenti e amareggiati, a non avere fiducia nel futuro, a sentirsi perennemente in emergenza, possono essere soltanto i “non (o mal) rappresentati”. Perciò, se è vero (ed è vero) che esistono varie Italie, il confine che le separa può essere solo quello tra chi sente risuonare, nei rappresentanti delle istituzioni, la propria voce, e chi si sta progressivamente rassegnando al soliloquio e alla pazzia.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – i cittadini votano per il partito o per il candidato nel quale si riconoscono, o che credono senta l’urgenza di rivendicare i loro diritti; votano per il partito o per il candidato che appoggerà un governo con determiniate priorità, disposto a discutere di alcuni temi e non di altri, in un modo e non in un altro, con un interlocutore e non con un altro; votano per il partito o per il candidato che esprime le loro idee, o del quale apprezzano le intenzioni. Soprattutto votano, i cittadini, per il partito o per il candidato che, credono, manterrà la propria parola, dall’inizio alla fine, dal primo all’ultimo giorno del suo mandato parlamentare – questo, naturalmente, in una democrazia rappresentativa.
Ora, la prima domanda è dunque questa: l’Italia è ancora un paese governato secondo un sistema di democrazia rappresentativa? La classe politica, in altre parole, rappresenta i propri elettori?, o meglio, quali elettori sono e si sentono rappresentati da questa classe politica?
Si sente rappresentato, ad esempio, un omosessuale o un convivente? Quale partito si batte, compatto, per i suoi diritti? Quale partito promuove delle leggi affinché gli siano garantiti?
Si sente rappresentato e garantito un cittadino non cattolico? Quale partito si esprime, unito, in difesa della sua libertà di professare il proprio credo religioso senza sentirsi un fuorilegge sacrilego o, se non è credente, in difesa del suo diritto ad esprimersi pubblicamente in quanto ateo?
Si sente rappresentato un lavoratore a cottimo? Un precario? Un extracomunitario?
Altre domande.
Si sente rappresentato un cittadino eterosessuale che giudica l’omosessualità una malattia?
Si sente rappresentato un cattolico che crede nell’infallibilità del Papa, e nell’urgenza che lo stato sovrano si pieghi al volere della Chiesa?
Si sente rappresentato un cittadino che vorrebbe cacciare oltre i confini gli extracomunitari, e che invoca tempeste che disperdano le navi della disperazione?
Si sente rappresentato e tutelato un amministratore corrotto? Un monopolista? Un evasore? Un mafioso?

Facciamo un esempio.
Domenica scorsa, in piazza San Pietro, a difendere la libertà d’opinione del Papa, non c’erano solamente dei cattolici integralisti, ma anche degli ebrei (amici dell’onorevole Casini), degli atei devoti, dei sedicenti democratici virtuosi, spinti – così hanno dichiarato – non dalla loro fede ma dal (presunto, e comunque abusato) precetto volteriano “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.
Ma quanti cattolici, ebrei (amici dell’onorevole Casini), atei devoti, sedicenti democratici virtuosi sono scesi in piazza, spinti dallo stesso principio volteriano, negli ultimi duemila anni, per difendere la libertà di espressione degli animisti, dei musulmani o dei monaci del Tibet? Quante volte, per restare ai giorni nostri, il Pontefice ha difeso gli extracomunitari dalle invettive razziste del devoto Mario Borghezio, del quale si è affrettato, domenica mattina, a ricevere la solidarietà? E, soprattutto, da chi e dove sono rappresentati i cittadini che si pongono delle domande di questo tipo – considerato che TUTTI i partiti hanno manifestato incondizionata solidarietà al Papa e si sono detti preoccupati per “i pericolosi segnali di intolleranza” provenienti tanto dall’Università quanto dalla società (in)civile? Chiamare ipocriti gli illuministi opportunisti dell’ultim’ora – primi tra tutti Ratzinger e Ruini – significa, dunque, essere intolleranti?

A questo punto, però, occorre completare una definizione. Gli italiani che non si sentono rappresentati hanno un’altra peculiarità che li contraddistingue: sono dei fatalisti, inerti e pigri. Fedeli al comandamento dei loro padri e dei loro nonni, sulle cui fatiche e sul cui sangue è stata fondata la Repubblica, continuano a considerare il voto “un sacrosanto diritto/dovere”: il diritto/dovere, dicono, di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Non si accorgono, non vogliono, non sanno accorgersi, che nell’Italia contemporanea quel diritto/dovere è ridotto di fatto, per loro, alla possibilità di scegliere chi NON li rappresenterà, chi non ha mai pensato di rappresentarli, chi li tradirà il giorno dopo aver giurato da deputato o da senatore. Invece di chiedersi se, per loro, il voto sia ancora un diritto, e se questo diritto dia ancora un vero, effettivo, concreto potere decisionale, preferiscono rifugiarsi nella formula dogmatica che hanno ripetuto e sentito ripetere migliaia di volte. E così tornano, come pecore di un gregge, a un recinto (l’urna) nel quale non sono più al sicuro, senza vedere che ad accompagnarli non ci sono più, da tempo, cani da guardia ma lupi.
Viene da chiedersi, allora, che cosa accadrebbe se questi cittadini si ribellassero, una sola volta, alla propria pigrizia; se, ad esempio, alle prossime elezioni, decidessero di non votare, di non ridare fiducia a chi della loro fiducia ha già più volte abusato e che alla loro fiducia pretende ogni volta di avere diritto; se ciascuno di questi elettori (la cui unica funzione, negli ultimi anni, è stata quella di sperare e continuare a sperare, contro ogni logica, persino contro ogni istinto), comprendesse che non esistono rituali e sacralità immutabili nella pratica democratica, che essa è legata soltanto alla libertà di coscienza degli individui – che, insomma, così come il voto è un diritto/dovere in una VERA democrazia rappresentativa, l’astensione è un diritto/dovere in una FALSA democrazia che ha tradito il suo vincolo di rappresentanza – e che, di fatto, non è più se stessa.
Accadrebbe, nel migliore dei casi, ciò che un noto elettore di centrosinistra invocò alcuni anni fa: cambierebbero i volti e i modi di chi fa politica in nome dei cittadini; si tornerebbe finalmente a chiedersi quali siano i bisogni delle persone e a scegliere, di conseguenza, le politiche da attuare per soddisfarli; si avrebbe il coraggio di accorgersi che i cittadini (non solo i tempi) sono cambiati, che probabilmente non è più la fede nello stesso dio a tenerli insieme, ma l’urgenza (più o meno consapevole) di poter tornare a credere in un’idea di giustizia e di felicità terrena – giustizia e felicità che non si realizzino CONTRO il volere di alcun dio, ma con la sua benedizione, perché di certo il dio dell’uomo contemporaneo approva l’uso di contraccettivi per prevenire malattie e gravidanze indesiderate, e sorride per le conquiste scientifiche che consentono alle coppie sterili di poter vivere la gioia di un figlio… ma, purtroppo, non è ancora riuscito a comunicarlo al Santo Padre; si avrebbe, forse, finalmente, la possibilità di ascoltare uomini politici dalle idee chiare e dai progetti fermi, privi tanto di superbia quanto di smanie di genuflessione, e di vederli candidarsi al governo del paese con la consapevolezza che non c’è colpa nel non essere d’accordo sempre con tutti e che le identità, talvolta, meritano di essere affermate e difese anche a costo di scontrarsi (non solo confrontarsi) con l’altro.
Nel peggiore (e più probabile) dei casi, però, ci troveremmo di fronte una classe politica superba e rancorosa, pronta a sputare veleno sul popolo degli anomali elettori, reo di non averle consentito di esercitare ancora una volta, “legittimamente”, CONTRO DI ESSO, il proprio potere, e ad accusarlo di essersi fatto intossicare dai vapori dell’antipolitica – di cui presumo questa mia lettera potrà essere giudicata pregna… Ma dovrebbe essere noto, a così navigati rappresentanti delle istituzioni democratiche, che l’antipolitica, in democrazia, non può esistere, se non a patto di negare e di svuotare di senso la politica stessa.
Facciano loro.

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