Paesaggio italiano: coriandoli ed ecoballe

24 01 2008

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Come stracci, non come “coriandoli”*,
stiamo già (basta leggere il giornale)
svolazzando, eminente cardinale,
noi di questo paese che soltanto
se umiliato e a pezzi, sfilacciato,
vi conforta al sorriso.
Voi, ilari come i banchieri,
festeggianti come i condannati
che vi baciano i piedi,
o i prigionieri che dai finestrini
salutano con gesto da regine
i vassalli, gli osannanti fedeli,
voi, nei secoli sempre tra i potenti,
voi, stabili e radicati nel paese
come i furbi e i protervi
che benedite complici e materni,
lieti dell’ignoranza e del karma
o vocazione antica a trovar pace
nella livrea di servi e battistrada,
voi non volate. Nemmeno un tremito
vi scuote. Stabili tra i crolli,
immuni tra bufere e recessioni,
inamovibili punti di riferimento
identitario nel paesaggio, quali
forse soltanto le ecoballe,
vi divertite al peggio, e dai balconi
sorridete allo sfascio, confidando
nel regno vostro, qui, di questo mondo.
Anna Setari

da http://solotesto.splinder.com/

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La democrazia non rappresentativa ( una lettera aperta )

24 01 2008
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Pubblico una riflessione dell’amico – un tempo si sarebbe detto intellettuale – torinese Leonardo Palmisano. Ancora una volta Leonardo – come ai tempi del liceo – mi freghi ed avrei voluto scrivere io le stesse cose. E tu lo fai sempre meglio di me…
Una nota: ascoltando il dibattito di ieri alla Camera si è capito il vuoto di una classe politica che è lontana dai problemi reali del paese. Da Destra a Sinistra. Anche quella radicale.
fpi
Si dice che l’Italia sia un paese spaccato. Di più: che ci siano ormai tante Italie, ciascuna a suo modo in emergenza, ciascuna a suo modo pronta a scoppiare. Si dice che tutte le Italie – da quella di Confindustria a quella dei precari – abbiano perso fiducia nelle istituzioni, che siano deluse, che non credano nel futuro.
Le cose non stanno esattamente così.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – ad essere scontenti e amareggiati, a non avere fiducia nel futuro, a sentirsi perennemente in emergenza, possono essere soltanto i “non (o mal) rappresentati”. Perciò, se è vero (ed è vero) che esistono varie Italie, il confine che le separa può essere solo quello tra chi sente risuonare, nei rappresentanti delle istituzioni, la propria voce, e chi si sta progressivamente rassegnando al soliloquio e alla pazzia.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – i cittadini votano per il partito o per il candidato nel quale si riconoscono, o che credono senta l’urgenza di rivendicare i loro diritti; votano per il partito o per il candidato che appoggerà un governo con determiniate priorità, disposto a discutere di alcuni temi e non di altri, in un modo e non in un altro, con un interlocutore e non con un altro; votano per il partito o per il candidato che esprime le loro idee, o del quale apprezzano le intenzioni. Soprattutto votano, i cittadini, per il partito o per il candidato che, credono, manterrà la propria parola, dall’inizio alla fine, dal primo all’ultimo giorno del suo mandato parlamentare – questo, naturalmente, in una democrazia rappresentativa.
Ora, la prima domanda è dunque questa: l’Italia è ancora un paese governato secondo un sistema di democrazia rappresentativa? La classe politica, in altre parole, rappresenta i propri elettori?, o meglio, quali elettori sono e si sentono rappresentati da questa classe politica?
Si sente rappresentato, ad esempio, un omosessuale o un convivente? Quale partito si batte, compatto, per i suoi diritti? Quale partito promuove delle leggi affinché gli siano garantiti?
Si sente rappresentato e garantito un cittadino non cattolico? Quale partito si esprime, unito, in difesa della sua libertà di professare il proprio credo religioso senza sentirsi un fuorilegge sacrilego o, se non è credente, in difesa del suo diritto ad esprimersi pubblicamente in quanto ateo?
Si sente rappresentato un lavoratore a cottimo? Un precario? Un extracomunitario?
Altre domande.
Si sente rappresentato un cittadino eterosessuale che giudica l’omosessualità una malattia?
Si sente rappresentato un cattolico che crede nell’infallibilità del Papa, e nell’urgenza che lo stato sovrano si pieghi al volere della Chiesa?
Si sente rappresentato un cittadino che vorrebbe cacciare oltre i confini gli extracomunitari, e che invoca tempeste che disperdano le navi della disperazione?
Si sente rappresentato e tutelato un amministratore corrotto? Un monopolista? Un evasore? Un mafioso?Facciamo un esempio.
Domenica scorsa, in piazza San Pietro, a difendere la libertà d’opinione del Papa, non c’erano solamente dei cattolici integralisti, ma anche degli ebrei (amici dell’onorevole Casini), degli atei devoti, dei sedicenti democratici virtuosi, spinti – così hanno dichiarato – non dalla loro fede ma dal (presunto, e comunque abusato) precetto volteriano “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.
Ma quanti cattolici, ebrei (amici dell’onorevole Casini), atei devoti, sedicenti democratici virtuosi sono scesi in piazza, spinti dallo stesso principio volteriano, negli ultimi duemila anni, per difendere la libertà di espressione degli animisti, dei musulmani o dei monaci del Tibet? Quante volte, per restare ai giorni nostri, il Pontefice ha difeso gli extracomunitari dalle invettive razziste del devoto Mario Borghezio, del quale si è affrettato, domenica mattina, a ricevere la solidarietà? E, soprattutto, da chi e dove sono rappresentati i cittadini che si pongono delle domande di questo tipo – considerato che TUTTI i partiti hanno manifestato incondizionata solidarietà al Papa e si sono detti preoccupati per “i pericolosi segnali di intolleranza” provenienti tanto dall’Università quanto dalla società (in)civile? Chiamare ipocriti gli illuministi opportunisti dell’ultim’ora – primi tra tutti Ratzinger e Ruini – significa, dunque, essere intolleranti?A questo punto, però, occorre completare una definizione. Gli italiani che non si sentono rappresentati hanno un’altra peculiarità che li contraddistingue: sono dei fatalisti, inerti e pigri. Fedeli al comandamento dei loro padri e dei loro nonni, sulle cui fatiche e sul cui sangue è stata fondata la Repubblica, continuano a considerare il voto “un sacrosanto diritto/dovere”: il diritto/dovere, dicono, di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Non si accorgono, non vogliono, non sanno accorgersi, che nell’Italia contemporanea quel diritto/dovere è ridotto di fatto, per loro, alla possibilità di scegliere chi NON li rappresenterà, chi non ha mai pensato di rappresentarli, chi li tradirà il giorno dopo aver giurato da deputato o da senatore. Invece di chiedersi se, per loro, il voto sia ancora un diritto, e se questo diritto dia ancora un vero, effettivo, concreto potere decisionale, preferiscono rifugiarsi nella formula dogmatica che hanno ripetuto e sentito ripetere migliaia di volte. E così tornano, come pecore di un gregge, a un recinto (l’urna) nel quale non sono più al sicuro, senza vedere che ad accompagnarli non ci sono più, da tempo, cani da guardia ma lupi.
Viene da chiedersi, allora, che cosa accadrebbe se questi cittadini si ribellassero, una sola volta, alla propria pigrizia; se, ad esempio, alle prossime elezioni, decidessero di non votare, di non ridare fiducia a chi della loro fiducia ha già più volte abusato e che alla loro fiducia pretende ogni volta di avere diritto; se ciascuno di questi elettori (la cui unica funzione, negli ultimi anni, è stata quella di sperare e continuare a sperare, contro ogni logica, persino contro ogni istinto), comprendesse che non esistono rituali e sacralità immutabili nella pratica democratica, che essa è legata soltanto alla libertà di coscienza degli individui – che, insomma, così come il voto è un diritto/dovere in una VERA democrazia rappresentativa, l’astensione è un diritto/dovere in una FALSA democrazia che ha tradito il suo vincolo di rappresentanza – e che, di fatto, non è più se stessa.
Accadrebbe, nel migliore dei casi, ciò che un noto elettore di centrosinistra invocò alcuni anni fa: cambierebbero i volti e i modi di chi fa politica in nome dei cittadini; si tornerebbe finalmente a chiedersi quali siano i bisogni delle persone e a scegliere, di conseguenza, le politiche da attuare per soddisfarli; si avrebbe il coraggio di accorgersi che i cittadini (non solo i tempi) sono cambiati, che probabilmente non è più la fede nello stesso dio a tenerli insieme, ma l’urgenza (più o meno consapevole) di poter tornare a credere in un’idea di giustizia e di felicità terrena – giustizia e felicità che non si realizzino CONTRO il volere di alcun dio, ma con la sua benedizione, perché di certo il dio dell’uomo contemporaneo approva l’uso di contraccettivi per prevenire malattie e gravidanze indesiderate, e sorride per le conquiste scientifiche che consentono alle coppie sterili di poter vivere la gioia di un figlio… ma, purtroppo, non è ancora riuscito a comunicarlo al Santo Padre; si avrebbe, forse, finalmente, la possibilità di ascoltare uomini politici dalle idee chiare e dai progetti fermi, privi tanto di superbia quanto di smanie di genuflessione, e di vederli candidarsi al governo del paese con la consapevolezza che non c’è colpa nel non essere d’accordo sempre con tutti e che le identità, talvolta, meritano di essere affermate e difese anche a costo di scontrarsi (non solo confrontarsi) con l’altro.
Nel peggiore (e più probabile) dei casi, però, ci troveremmo di fronte una classe politica superba e rancorosa, pronta a sputare veleno sul popolo degli anomali elettori, reo di non averle consentito di esercitare ancora una volta, “legittimamente”, CONTRO DI ESSO, il proprio potere, e ad accusarlo di essersi fatto intossicare dai vapori dell’antipolitica – di cui presumo questa mia lettera potrà essere giudicata pregna… Ma dovrebbe essere noto, a così navigati rappresentanti delle istituzioni democratiche, che l’antipolitica, in democrazia, non può esistere, se non a patto di negare e di svuotare di senso la politica stessa.
Facciano loro.Leonardo Palmisano

Si dice che l’Italia sia un paese spaccato. Di più: che ci siano ormai tante Italie, ciascuna a suo modo in emergenza, ciascuna a suo modo pronta a scoppiare. Si dice che tutte le Italie – da quella di Confindustria a quella dei precari – abbiano perso fiducia nelle istituzioni, che siano deluse, che non credano nel futuro.
Le cose non stanno esattamente così.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – ad essere scontenti e amareggiati, a non avere fiducia nel futuro, a sentirsi perennemente in emergenza, possono essere soltanto i “non (o mal) rappresentati”. Perciò, se è vero (ed è vero) che esistono varie Italie, il confine che le separa può essere solo quello tra chi sente risuonare, nei rappresentanti delle istituzioni, la propria voce, e chi si sta progressivamente rassegnando al soliloquio e alla pazzia.
In una democrazia rappresentativa – ché questo è il sistema di governo italiano – i cittadini votano per il partito o per il candidato nel quale si riconoscono, o che credono senta l’urgenza di rivendicare i loro diritti; votano per il partito o per il candidato che appoggerà un governo con determiniate priorità, disposto a discutere di alcuni temi e non di altri, in un modo e non in un altro, con un interlocutore e non con un altro; votano per il partito o per il candidato che esprime le loro idee, o del quale apprezzano le intenzioni. Soprattutto votano, i cittadini, per il partito o per il candidato che, credono, manterrà la propria parola, dall’inizio alla fine, dal primo all’ultimo giorno del suo mandato parlamentare – questo, naturalmente, in una democrazia rappresentativa.
Ora, la prima domanda è dunque questa: l’Italia è ancora un paese governato secondo un sistema di democrazia rappresentativa? La classe politica, in altre parole, rappresenta i propri elettori?, o meglio, quali elettori sono e si sentono rappresentati da questa classe politica?
Si sente rappresentato, ad esempio, un omosessuale o un convivente? Quale partito si batte, compatto, per i suoi diritti? Quale partito promuove delle leggi affinché gli siano garantiti?
Si sente rappresentato e garantito un cittadino non cattolico? Quale partito si esprime, unito, in difesa della sua libertà di professare il proprio credo religioso senza sentirsi un fuorilegge sacrilego o, se non è credente, in difesa del suo diritto ad esprimersi pubblicamente in quanto ateo?
Si sente rappresentato un lavoratore a cottimo? Un precario? Un extracomunitario?
Altre domande.
Si sente rappresentato un cittadino eterosessuale che giudica l’omosessualità una malattia?
Si sente rappresentato un cattolico che crede nell’infallibilità del Papa, e nell’urgenza che lo stato sovrano si pieghi al volere della Chiesa?
Si sente rappresentato un cittadino che vorrebbe cacciare oltre i confini gli extracomunitari, e che invoca tempeste che disperdano le navi della disperazione?
Si sente rappresentato e tutelato un amministratore corrotto? Un monopolista? Un evasore? Un mafioso?

Facciamo un esempio.
Domenica scorsa, in piazza San Pietro, a difendere la libertà d’opinione del Papa, non c’erano solamente dei cattolici integralisti, ma anche degli ebrei (amici dell’onorevole Casini), degli atei devoti, dei sedicenti democratici virtuosi, spinti – così hanno dichiarato – non dalla loro fede ma dal (presunto, e comunque abusato) precetto volteriano “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.
Ma quanti cattolici, ebrei (amici dell’onorevole Casini), atei devoti, sedicenti democratici virtuosi sono scesi in piazza, spinti dallo stesso principio volteriano, negli ultimi duemila anni, per difendere la libertà di espressione degli animisti, dei musulmani o dei monaci del Tibet? Quante volte, per restare ai giorni nostri, il Pontefice ha difeso gli extracomunitari dalle invettive razziste del devoto Mario Borghezio, del quale si è affrettato, domenica mattina, a ricevere la solidarietà? E, soprattutto, da chi e dove sono rappresentati i cittadini che si pongono delle domande di questo tipo – considerato che TUTTI i partiti hanno manifestato incondizionata solidarietà al Papa e si sono detti preoccupati per “i pericolosi segnali di intolleranza” provenienti tanto dall’Università quanto dalla società (in)civile? Chiamare ipocriti gli illuministi opportunisti dell’ultim’ora – primi tra tutti Ratzinger e Ruini – significa, dunque, essere intolleranti?

A questo punto, però, occorre completare una definizione. Gli italiani che non si sentono rappresentati hanno un’altra peculiarità che li contraddistingue: sono dei fatalisti, inerti e pigri. Fedeli al comandamento dei loro padri e dei loro nonni, sulle cui fatiche e sul cui sangue è stata fondata la Repubblica, continuano a considerare il voto “un sacrosanto diritto/dovere”: il diritto/dovere, dicono, di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Non si accorgono, non vogliono, non sanno accorgersi, che nell’Italia contemporanea quel diritto/dovere è ridotto di fatto, per loro, alla possibilità di scegliere chi NON li rappresenterà, chi non ha mai pensato di rappresentarli, chi li tradirà il giorno dopo aver giurato da deputato o da senatore. Invece di chiedersi se, per loro, il voto sia ancora un diritto, e se questo diritto dia ancora un vero, effettivo, concreto potere decisionale, preferiscono rifugiarsi nella formula dogmatica che hanno ripetuto e sentito ripetere migliaia di volte. E così tornano, come pecore di un gregge, a un recinto (l’urna) nel quale non sono più al sicuro, senza vedere che ad accompagnarli non ci sono più, da tempo, cani da guardia ma lupi.
Viene da chiedersi, allora, che cosa accadrebbe se questi cittadini si ribellassero, una sola volta, alla propria pigrizia; se, ad esempio, alle prossime elezioni, decidessero di non votare, di non ridare fiducia a chi della loro fiducia ha già più volte abusato e che alla loro fiducia pretende ogni volta di avere diritto; se ciascuno di questi elettori (la cui unica funzione, negli ultimi anni, è stata quella di sperare e continuare a sperare, contro ogni logica, persino contro ogni istinto), comprendesse che non esistono rituali e sacralità immutabili nella pratica democratica, che essa è legata soltanto alla libertà di coscienza degli individui – che, insomma, così come il voto è un diritto/dovere in una VERA democrazia rappresentativa, l’astensione è un diritto/dovere in una FALSA democrazia che ha tradito il suo vincolo di rappresentanza – e che, di fatto, non è più se stessa.
Accadrebbe, nel migliore dei casi, ciò che un noto elettore di centrosinistra invocò alcuni anni fa: cambierebbero i volti e i modi di chi fa politica in nome dei cittadini; si tornerebbe finalmente a chiedersi quali siano i bisogni delle persone e a scegliere, di conseguenza, le politiche da attuare per soddisfarli; si avrebbe il coraggio di accorgersi che i cittadini (non solo i tempi) sono cambiati, che probabilmente non è più la fede nello stesso dio a tenerli insieme, ma l’urgenza (più o meno consapevole) di poter tornare a credere in un’idea di giustizia e di felicità terrena – giustizia e felicità che non si realizzino CONTRO il volere di alcun dio, ma con la sua benedizione, perché di certo il dio dell’uomo contemporaneo approva l’uso di contraccettivi per prevenire malattie e gravidanze indesiderate, e sorride per le conquiste scientifiche che consentono alle coppie sterili di poter vivere la gioia di un figlio… ma, purtroppo, non è ancora riuscito a comunicarlo al Santo Padre; si avrebbe, forse, finalmente, la possibilità di ascoltare uomini politici dalle idee chiare e dai progetti fermi, privi tanto di superbia quanto di smanie di genuflessione, e di vederli candidarsi al governo del paese con la consapevolezza che non c’è colpa nel non essere d’accordo sempre con tutti e che le identità, talvolta, meritano di essere affermate e difese anche a costo di scontrarsi (non solo confrontarsi) con l’altro.
Nel peggiore (e più probabile) dei casi, però, ci troveremmo di fronte una classe politica superba e rancorosa, pronta a sputare veleno sul popolo degli anomali elettori, reo di non averle consentito di esercitare ancora una volta, “legittimamente”, CONTRO DI ESSO, il proprio potere, e ad accusarlo di essersi fatto intossicare dai vapori dell’antipolitica – di cui presumo questa mia lettera potrà essere giudicata pregna… Ma dovrebbe essere noto, a così navigati rappresentanti delle istituzioni democratiche, che l’antipolitica, in democrazia, non può esistere, se non a patto di negare e di svuotare di senso la politica stessa.
Facciano loro.

Leonardo Palmisano





Fuori i Mercanti dal Tempio

18 01 2008

Invito tutti gli amici del blog a visitare la pagina  http://appellolaico.wordpress.com e sottoscrivere l’appello in solidarietà dei docenti della Sapienza. Grazie  

Si sentono e si leggono numerosi interventi sugli ultimi fatti che sono avvenuti all’Università La Sapienza. Si parla di intolleranza nei confronti del Santo Padre, di minoranza di studenti e di professoroni sconosciuti che in nome di un po’ di notorietà hanno messo su una scenata contro il Papa. Qualcuno è arrivato a dire che il Sapere ed il mondo universitario tutto, sono stati sconfitti da un manipolo di intolleranti. Non mi sembra che al Papa sia stato vietato di poter andare all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza. Facciomoci invece un’altra domanda: perché il Papa si è rifiutato di andare all’inaugurazione dell’Anno Accademico? Se è vero che si è trattato solo di una “minoranza” di studenti nullafacenti e di professoroni privi di spirito (cosa poco preoccupante, più preoccupante il fatto che sono privi di fondi per la libera ricerca) cosa ha avuto da temere il Santo Padre? Non credo che il Principe della monarchia più antica della terra possa avere paura di una contestazione di pochi. Tra l’altro il ligio ministro Amato aveva garantito la Santa Sede: nulla c’era da temere per la sicurezza del Papa. Credo che il Santo Padre abbia scelto di non andare all’apertura dell’anno accademico perché non accetta un principio fondamentale della nostra democrazia sancito dalla nostra Costituzione e che trova una delle sue massime espressioni all’interno dell’Università e cioè la possibilità per tutti di manifestare liberamente il proprio pensiero. Nessuno avrebbe vietato al Santo Padre di parlare, forse semplicemente, una “minoranza”, lo avrebbe contestato legittimamente e pacificamente, manifestando il proprio pensiero. Ma nel Papa è prevalso più che lo Spirito Divino, la debolezza dell’uomo. Infatti Ratzinger si è dimenticato di essere il Papa di tutti – anche di quelli che lo contestano – ed ha fatto prevalere la sua natura e formazione di inquisitore, ruolo che ha esercitato in maniera sin troppo zelante – chiedetelo ai tanti sacerdoti sudamericani dalla parte dei poveri processati da Ratzinger perché troppo intrasingenti con la ricchezza del Vaticano – ed un inquisitore non può accettare una risposta negativa, un rifiuto, una contestazione. Un inquisitore vuole solo che ci si pieghi di fronte alle proprie verità che se non accettate possono costare caro… Ma l’Università è il tempio del Sapere libero ed è giusto che uno scienziato come Marcello Cini si sia alzato in piedi a ricordare quale la missione ed il compito della seconda istituzione più vecchia al mondo dopo la Chiesa Cattolica e cioè appunto l’Università. Tante vite, tanta sofferenza è costata all’Università il liberarsi e l’affrancarsi da qualsiasi fede che non sia la libertà di insegnamento e di ricerca. Piuttosto il Rettore di Roma farebbe bene a dimettersi per aver messo a rischio questo principio avendo così, tradito la Comunità universitaria invitando il Papa a parlare all’inaugurazione che è un momento sacro della vita universitaria ed è soprattutto, fatto interno della comunità e, non meno grave, aver permesso alle forze dell’ordine di schierarsi davanti alle porte della Sapienza evitando di far assistere all’apertura dell’Anno Accademico ad una parte della Comunità Universitaria. Ma il Rettore Guarini non è da salo. Con lui si dovrebbero dimettere tutti quei Rettori che si sono messi in fila per invitare il Papa alle aperutre degli anna accademici. Guarini è stato un magnifico mercante ed è riuscito a vendere l’inaugurazione dell’Anno Accademcio della sua università creando un grande evento mediatico che gli ha portato notorietà e pagine di giornali. Anche gli altri poveri Rettori vogliono la propria notorietà che può aprire una buona fetta di mercato. Bisognerebbe fare proprie le parole di chi gridava “Fuori i mercanti dal tempio”. I Rettori dovrebbero preoccuparsi più che di fare operazioni mediatiche di pensare ai mali dell’Università, al decadimento morale che vive l’Istituzione, ai tanti ricercatori precari, ai pochi fondi per la ricerca, al fatto che sempre più invece di mirare ad una ricerca libera le Università sono genuflesse davanti alle multinazionali che ordinano cosa ricercare, agli studenti che non possono pagare le tasse e debbono scegliere di prendere prestiti da banche a tassi esorbintanti, ai tanti co.co.co che vivono di poco. Questi Rettori dovrebbero ricordarsi l’amore per la propria comunità e difendere l’Istituzione Università da tutti i coloro che la vogliono rendere subalterna oggi al mercato, ieri ai fascismi ed essere esempio di virtù civiche così come faceva Concetto Marchesi alla apertura dell’Anno Accademico della sua Università nel 1943 invitando gli studenti prendere posizione contro l’ignavia, la servilità criminosa, la violenza, il silenzio e la codarda rassegnazione di una classe dirigente italiana inetta e responsabile della sua rovina. Ma forse oggi qualcuno lo avrebbe tacciato di essere solo un cattivo maestro in cerca di un po’ di notorietà.





De Gennaro Monnezza

8 01 2008

La storia dei rifiuti a Napoli è una storia sporca. E questa non è una metafora. Puzza come la spazzatura ed è velenosa più di quanto può essere velenosa la diossina. Le istituzioni democratiche ne escono fortemente danneggiate. Lo stato sembra addirittura assente ed in mano di poteri oscuri e delinquenziali. La Camorra sembra essere l’unico stato esistente. Possiamo pensare alla Campania come una regione dove, ahimè, lo Stato non c’è. Le preoccupazioni e le dichiarazioni del Presidente della Repubblica ne sono una testimonianza evidente. Ci si aspettava dal Governo una risposta forte che potesse dare risposta alle diverse priorità ed alle istanze molteplici che vengono fuori da questa vicenda. Il Governo Prodi doveva trovare una soluzione di profilo altissimo che potesse risolvere il problema, ascoltare i cittadini che protestano e dunque, soprattutto, far respirare il senso dello Stato in Campania. La nomina di De Gennaro non va in questa direzione, anzi. De Gennaro è la scelta meno azzeccata per riportare il senso della legalità in Campania. Basti ricordare le vicende di Genova e del G8, ma soprattutto i tentativi di modificare la verità processuale ingannando i giudici che stanno portando avanti le inchieste sulle violenze del G8. Bene può uno che da Capo della Polizia si è reso responsabile di violenze inaudite ed è oggi indagato per “istigazione alla falsa testimonianza” rappresentare la legalità in Campania? Credo di No. La scelta fatta dal Governo Prodi ha anzi un retromessaggio. E’ stato scelto il metodo De Gennaro per mettere ordine e smaltire i rifiuti. Ma badate bene, nel metodo De Gennaro fatto di manganelli e cariche, i rifiuti da smaltire sono i cittadini che protestano per difendere la propria salute. Complimenti.





Monnezza

6 01 2008

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La monnezza di Napoli è sconcertante. Non credo nemmeno che, per quanto rilevanti, valgano le attenuanti quali la camorra. Il problema, secondo il mio punto di vista, è che le Istituzioni sono state incapaci di provare a trovare una soluzione. Per primo l’ex sindaco ed oggi presidente della Campania. La mcosa più grave è che nessuno è stato capce di rimanere immune. Immune al potere della camorra, della mafia della delinquenza. Nessuno, ma più di tutti chi dovrebbe essere un esempio di moralità, chi cioè, rappresenta le istituzioni democratiche e repubblicane. Bassolino ha ridotto le istituzioni a semplice monnezza. Le ha insudiciate e dovrebbe andarsene. Subito. Se non riesce a sgomberare le strade dalla monnezza, almeno sgomberi lui.





Per un 2008 senza cappello in mano!

2 01 2008

Non ho avuto molta voglia di scrivere verso la fine del 2007. Troppe cose che mi hanno portato a stare un pò in silenzio. Il succedersi dei fatti delle vicende, belle o brutte che siano state, mi ha portato a riflettere. E’ così si decide di stare un pò in silenzio senza fare troppo rumore. Ogni anno nuovo che inizia si lascia dietro quello passato e ti apre la prospettiva e soprattutto la speranza di avere un nuovo anno per potere rimediare agli errori fatti in quello vecchio, provare a concludere cose che non hai finito ed ha darti tutta una serie di priorità. Cosa farò in questo 2008? Diciamo che cercherò di non togliermi il cappello in mano davanti a nessuno, così come Di Vittorio insegnava ai contadini del meridione che quando passva il padrone abbassavano la testa. Cercherò di guardare in faccia tutti e tutte e di guardarli negli occhi sia gli amici, sia gli avversari. Il cappello mi sento di toglierlo per rispettò solo verso gi sette operai morti a Torino e tutti gli uomini e le donne che muoiono, lottano, perdono, vincono senza fare notizia. E cercheremo ogni tanto di raccontare queste storie a partire dall’insegnameto di  Di Vittorio. Voglio inizare pubblicando l’intervento del sindacalista pugliese in Costituente sul benessere dei lavoratori. Parole ahimè attualissime che sono del lontano 1947.

Buon anno a tutte e tutti.

Intervento del deputato Giuseppe Di Vittorio – da www.casadivittorio.it

Premetto che nel redigere la presente relazione mi sono attenuto ad un duplice criterio: non sconfinare dall’ambito ristretto e ben delimitato del tema che mi è stato assegnato; non esprimere opinioni strettamente personali, sui vari aspetti del tema stesso, ma bensì – per quanto è possibile – delle posizioni mediane, sulle cui basi possano eventualmente convergere le opposte posizioni di principio delle più larghe correnti d’idee esistenti nel Paese e nell’Assemblea Costituente.
Il diritto di associazione è senza dubbio fra i diritti fondamentali del cittadino e una delle espressioni più chiare delle libertà democratiche.
Il diritto di associazione è anzi il presidio più sicuro della libertà della persona umana, la quale tende in misura crescente a ricercare la via del proprio sviluppo, della propria difesa, e d’un maggiore benessere economico e spirituale, specialmente nella libertà di coalizzarsi con altre persone, in aggruppamenti sociali, professionali, cooperativi, politici, religiosi, culturali, sportivi e d’ogni alto genere, aventi interessi od ideali comuni od affini. […]
Tale diritto dev’essere riconosciuto a tutti i cittadini d’ambo i sessi e d’ogni ceto sociale, senza nessuna esclusione. Tuttavia, la Costituzione non può ignorare che se il diritto di associazione dev’essere garantito ad ogni cittadino, esso ha però un valore diverso pei differenti strati sociali.


Nell’attuale sistema sociale, infatti, la ricchezza nazionale è troppo mal ripartita, in quanto si hanno accumulazioni d’immensi capitali nelle mani di pochi cittadini, mentre l’enorme maggioranza di essi ne è completamente sprovvista. In tali condizioni, è chiaro che nei naturali ed inevitabili contrasti di interessi economici e sociali sorgenti fra i vari strati della società nazionale, il cittadino lavoratore ed il cittadino capitalista non si trovano affatto in condizione di eguaglianza. Il cittadino capitalista, basandosi sulla propria potenza economica, può lottare e prevalere anche da solo, in determinate competizioni di carattere economico. Il cittadino lavoratore, invece, da solo, non può ragionevolmente nemmeno pensare a partecipare a tali competizioni. Ne consegue che per il cittadino lavoratore la sola possibilità che esista – perché possa partecipare a date competizioni economiche, senza esserne schiacciato in partenza – è quella di associarsi con altri lavoratori, aventi interessi e scopi comuni, per controbilanciare col numero, con l’associazione e con l’unità d’intenti e d’azione degli associati, la potenza economica del singolo capitalista o d’una associazione di capitalisti. Il sindacato, perciò, è lo strumento più valido, per i lavoratori, per l’affermazione del diritto alla vita e del diritto al lavoro, che dovranno essere sanciti dalla nostra Costituzione.[…] Fra questi due poli esistono ed agiscono altri strati di lavoratori comunemente indicati col nome di ceti medi: contadini, artigiani, piccoli e medi commercianti, liberi professionisti, artisti, ecc. Anche per questi strati di lavoratori (che nel nostro Paese sono molto numerosi e costituiscono un elemento vitale dell’economia nazionale) il diritto di associazione ha una portata diversa e ben maggiore di quella che possa avere per gli strati economicamente superiori della società. Anche per questi lavoratori, la sola possibilità di resistere e di sopravvivere alla pressione del grande capitale e dei trust – che tendono inesorabilmente ad assorbirli – consiste appunto nella libertà di associarsi e di appoggiarsi agli altri strati di lavoratori, solo mezzo perché anch’essi costituiscano una forza capace di partecipare alle inevitabili competizioni d’interessi che sono connaturali al tipo di società in cui viviamo.

Il posto preminente che spetta ai sindacati dei lavoratori nello stato democratico
Gli interessi che rappresentano e difendono i sindacati dei lavoratori, sono interessi di carattere collettivo e non particolaristico od egoistico; interessi che in linea di massima coincidono con quelli generali della Nazione.
Il benessere generalizzato dei lavoratori, infatti, non può derivare che da un maggiore sviluppo dell’economia nazionale, da un aumento incessante della produzione, da un maggiore arricchimento del Paese, oltre che da una più giusta ripartizione dei beni prodotti.
Non è mai accaduto, e non può accadere, ai liberi sindacati dei lavoratori, di avere interessi contrari a quelli della collettività nazionale, com’è invece accaduto – e può sempre accadere – a determinati tipi di associazioni padronali (trust, cartelli, intese, ecc.) i quali sono notoriamente giunti a limitare di proposito la produzione – ed anche a distruggerne notevoli quantità – per mantenere elevati i prezzi, allorquando i prezzi elevati, piuttosto che la massa dei prodotti vendibili, assicurano agli interessati maggiori profitti, con danno evidente della maggioranza della popolazione e della Nazione.
Eventuali interessi egoistici di categorie, che possono sorgere anche in seno alle masse lavoratrici, vengono contenuti, contemperati, ed in definitiva eliminati, da esigenze poste da altre categorie di lavoratori, e soprattutto dalla convergenza degli interessi fondamentali e permanenti dell’insieme dei lavoratori di ogni categoria; convergenza che ha la sua espressione nell’esistenza stessa della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, la quale rappresenta, appunto, gli interessi generali di tutti i lavoratori d’ogni categoria o professione, manuali ed intellettuali e – come tale – è una delle forze basilari della Nazione.