L’Aeroporto e la cattiva modernità

16 11 2007

Roberto Barzanti non è solo stato uno dei più importanti Sindaci di Siena, ma è anche un fine intelettuale ed una voce autorevole e non sempre allineata sulle “cose” del nostro taerritorio. Siamo dunque, onorati di pubblicare il suo contributo in merito alla vicenda di Ampugnano. Buona lettura.

La polemica sull’eventuale, enorme ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano diventa incandescente. Sabato 10 novembre si è svolta per le vie della città una spettacolare manifestazione come non se ne vedeva da tempo. Non si possono oltre ignorare gli argomenti di chi protesta, ma occorre allargare lo sguardo e individuare una linea seria e credibile, al di là dell’eccessiva partitizzazione e degli irati toni localistici . Occorre fare il punto con equilibrio, cercando di isolare le posizioni estreme, inconcludenti ed enfatiche.
Nessuno, ch’io sappia, propone di distruggere l’aeroporto di Ampugnano, almeno esplicitamente. E non sarebbe neppur sensato sostenere – come qualcuno forse pensa – che deve restare nelle attuali condizioni: è un peso assurdo e insostenibile per le risorse finanziarie locali. Dunque la domanda dalla quale è doveroso muovere per un confronto serio e leale è: come intervenire per dare a questa infrastruttura una qualità e una gestione che mettano punto a controversie interminabili.
La questione non è nuova. Di tanto in tanto sono stati abbozzati piani fantasiosi. Il più clamoroso fu quello siglato dall’ingegner Marra, che intendeva fare di Ampugnano l’aeroporto strategico di tutta la cosiddetta Toscana centro-meridionale e oltre, in netta competizione con lo scalo, allora assai avversato, di Peretola. Il progetto, esagerato nei calcoli e nelle ambizioni, naufragò. Non è stato il solo. L’area di Pian del Lago fu salvata da ipotetici insediamenti industriali, che avrebbero cancellato una delle zone verdi più integre del comprensorio. Ci fu anche, agli inizi degli Anni Settanta, chi si batteva perché spuntasse ad ogni costo, alle porte della città, una grossa fabbrica manifatturiera in grado di impiegare almeno mille operai – la ricetta era davvero approssimativa – per contrastare, in termini rozzamente sociologici, la preminenza della ricerca scientifica, dei servizi, ed il ruolo d’eccellenza attribuito al patrimonio artistico.
La discussione insorta dopo l’euforica presentazione del piano della Galaxy Management Services sul futuro di Ampugnano resuscita temi e dilemmi non inediti nelle nostre cronache. Per tentar di rimetterla sul giusto binario è salutare rileggersi impegni programmatici abbastanza chiari.
Nel programma, ad esempio, snocciolato nel “Patto per governare il futuro” in vista delle elezioni provinciali 2004-2009 a proposito di Ampugnano si leggeva un paragrafo assai equilibrato. Val la pena trascriverlo. Anzitutto si ribadiva che “sotto il profilo degli investimenti pubblici, esso non costituisce un asse strategico della mobilità senese”. “Il suo completamento infrastrutturale – si aggiungeva – coincide peraltro con la crisi generale del settore aeronautico”: annoterei questa formula, che pur avendo margini di ambiguità, suggerisce di considerare il futuro dello scalo in una logica di “completamento infrastrutturale”, che non coincide né con un disinvolto ampliamento, né con i numeri sciorinati in un dépliant confezionato con accorta manipolazione comunicativa: propone in copertina un magnifico campo di girasoli sotto un cielo azzurro, solcato da una sottile scia bianca, miracolosa come la cometa del Natale, e di un aereo neppure l’ombra per non evocare inconvenienti e timori. Troppa grazia: nessuno esige un aeroporto senza aeromobili!
Nel programma, dunque, che sfogliamo si sottolinea pure l’urgenza di compiere “un forte salto di qualità gestionale” e di raggiungere l’obiettivo di uno scalo attivo “in ambito interprovinciale”. L’obiettivo, così precisato, sembra perfino riduttivo rispetto alle potenzialità. Senza entrare in discorsi troppo tecnici – che non competono ad una valutazione politica di ordine generale – si deve aggiungere che il raggio territoriale di servizio non è più tra i parametri fondamentali di classificazione. E la stessa distinzione in più livelli – per Ampugnano si continua a parlare di terzo livello – non ha più la rigidità di una volta. Un piccolo aeroporto tecnologicamente ben attrezzato può senz’altro accogliere collegamenti anche internazionali, in quantità congrua alla fisionomia voluta e salvaguardata.
I testi di programmazione regionale e territoriale sono, con qualche varietà di accentuazione, in linea con la più puntuale pagina rammentata.
Allora perché si registrano in questi giorni tanto arroventate polemiche? Perché – mi par di capire – le ragioni di redditività e “sviluppo” del progetto Galaxy, con tutte le implicite conseguenze, rischiano di essere anteposte alle valutazioni preliminari che spettano, in primo luogo, a chi vive nel raggio geografico interessato dall’infrastruttura e alle istituzioni democratiche che li rappresentano. E inevitabilmente coinvolgono una platea molto ampia, non è esagerato dire mondiale, per il rilievo che anche l’UNESCO ha conferito a questa terra straordinaria.
La realizzazione di un piazzale di 63.000 metri quadri o il transito di 500.000 passeggeri l’anno stimato al 2020 – e successivamente, per far pari, di 800.000 – non configurano un tipo di aeroporto disegnato con ragionevolezza e consono al delicato ambiente in cui è situato. In grado quindi di produrre sani effetti e non un aggravamento dello sciatto ed esorbitante turismo già troppo massiccio. Ormai i più si trovano d’accordo nel sostenere che Siena deve sempre più puntare su una prospettiva di innalzamento qualitativo dell’offerta e su un “modello” – il termine non mi piace, lo virgoletto – “leggero”, per sostenere il quale la protezione dell’ecosistema, l’esaltazione del patrimonio storico-culturale e lo slancio della ricerca avanzata sono i fattori autentici e propulsivi.
Che sia stato trovato un interlocutore forte per metter punto ad una diatriba che è aperta da troppo tempo di per sé non è certo un male. Ora si tratta di riprendere in mano le cose e verificare se è possibile – ne dubito – ritrovare misure e compatibilità. Quali sono i punti essenziali da ribadire e approfondire? Molti, ma ne cito soltanto tre.

1) Non è lecito mettere in parentesi o trascurare i limiti dettati dall’ambiente, così ben descritti ad esempio nel Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia. Inutile parlare ogni poco di sostenibilità più o meno integrata quando poi tutto si fa per aggirarla in quanto ostacolo. Un grosso insediamento aeroportuale – magari accompagnato da connesse speculazioni edilizie – provocherebbe come dappertutto usura e degrado.

2) Occorre ragionare in termini di sistema toscano. Il recente “master plan” collegato con il Piano di Indirizzo Territoriale della Regione Toscana stabilisce un quadro non eludibile. Pisa rafforza la sua valenza intercontinentale, Peretola ha assunto il ruolo internazionale (eccessivo) che conosciamo. Siena, l’Elba e Grosseto sono da ricomprendere in una strategia non schiacciata su velleità o risse localistiche.

3) Per quanto riguarda la Grande Siena, di cui sempre più debolmente si parla – e Sovicille è, paritariamente, dentro questa dimensione -, non si devono introdurre ulteriori e dirompenti elementi di squilibrio. Sono già ben visibili insediamenti ingombranti e grossolani. Ora è obbligatorio dare una misura plausibile a ogni previsione se non si vuol corrompere ancora un tessuto qua e là assai compromesso.

Non è in agenda una drastica alternativa tra “aeroporto sì” e “aeroporto no”, ma l’elaborazione di un progetto davvero coerente con gli obiettivi che si dice di perseguire. In riflessioni di questo genere non c’è nulla di pregiudizialmente “ideologico”, nulla di “elitario”: c’è piuttosto la convinzione che Siena è quella che è grazie alla ponderata distanza che storicamente – per forza o per amore – ha saputo (e non sempre) interporre a fronte delle aggressioni della “cattiva modernità” presentata come inarrestabile e benefico “sviluppo”. Se la rabbia dei luddisti fu ingenua e inefficace, il culto delle “magnifiche sorti e progressive” è stato ben più rovinoso.
Hanno allarmato non poco talune affermazioni – mai lette in alcuna dichiarazione! – del Sindaco di Siena, il quale ha affermato che il futuro della città passa per l’aeroporto: non si capisce se anche per questo smisurato progetto o per un calibrato ammodernamento. In ogni caso il futuro della città sta in primo luogo nella sua capacità di tramandare un patrimonio di ambiente storicizzato – natura e arte – che è davvero la sua stupenda ricchezza. Se, in omaggio ai conti (legittimi) di Galaxy si sperpera questa ricchezza – già saccheggiata in più d’un luogo – si prepara un futuro povero e omologato al peggior consumismo, turistico e non solo.
Roberto Barzanti





Sull’Eskimo ed il Sangue al Cervello.

15 11 2007

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Un partito della maggioranza a Siena ha scritto che ci sono politici che dal Lunedi al Venerdi indossano la giacca di governo ed il Sabato si mettono l’EsKimo.

Effettivamente i dirigenti di questo partito non hanno problemi, dal lunedi al sabato sono impegnati nel stare seduti sulle poltrone e siccome non bastano mai a chiederne anche altre.

Ci dispiace per loro. Noi il sabato facciamo un pò di moto e camminare fa bene, lo dicono tutti.

Stare seduti e fermi ed immobili, fa male alla circolazione.

E quando il sangue non arriva al cervello..sappiamo tutti quello che accade.

Ad esempio può accadere che si regiona male e si pensa che l’ampliamento dell’Aeroporto di Siena è necessario allo sviluppo del territorio.

Oppure si hanno problemi di vista e non si vedono circa 3000 persone che sfilano pacificamente per le vie cittadine contro chi ragiona male.

IL Gorilla





ROMANIA FA RIMA CON ETNIA?

14 11 2007

Pubblichiamo un articolo dello scrittore Valerio Evangelisti preso dal sito www.carmillaonline.com

L’identità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne d’odio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dell’Unione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo “scontro di civiltà”, la “lotta al terrorismo”, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per l’impronta lasciata loro dall’annessione a Roma – ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando l’impero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia l’ipotetica “Padania”. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete “padani”, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete l’acqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!

 

Veniamo al caso che invade le cronache. Un rumeno, per la precisione un Rom, violenta e uccide una povera donna. Dove abito io, l’ultima violenza carnale di una lunga serie è stata commessa, se ricordo bene, da un calabrese ubriaco. Non mi risulta che, per questo, la Regione Emilia-Romagna abbia rotto le relazioni con la Regione Calabria, né che si sia scatenata una caccia al calabrese.
Invece, se le cronache dicono il vero, il governo Prodi avrebbe richiamato l’ambasciatore in Romania. Non so se la notizia sia fondata, però ho visto Walter Veltroni, segretario del futuro Partito Democratikkko e sindaco di Roma, lamentare a Ballarò che i rumeni in Italia sono troppi (riecheggiando Beppe Grillo, altra brava persona), e rivendicare con orgoglio la distruzione delle loro baracche (dove siano finite le famiglie degli “sfollati” non si sa). Intanto, grazie anche alle indirette istigazioni dello stesso Veltroni, squadre di “giustizieri” sprangavano rumeni qualsiasi mentre, carichi di borse, uscivano da un supermercato, e distruggevano un negozio di “specialità dalla Romania”. Il Giornale applaudiva questa reazione spontanea delle masse.
A mia conoscenza, mai il governo degli Stati Uniti ha convocato diplomatici italiani per rinfacciare loro ciò che stavano facendo, in territorio americano, gli affiliati alla Mano Nera o a Cosa Nostra. Pescava i colpevoli, se ci riusciva, e li sbatteva in galera.
Solo da noi si fa ricadere un crimine su un popolo intero, e si prende a pretesto un delitto per criminalizzare una nazionalità nel suo complesso. Che i rumeni si consolino. Prima era già accaduto agli albanesi, ai nordafricani, ai polacchi, agli “slavi” in genere, ai meridionali. Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La – da me non tanto – compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima.
Tornando ai rumeni, delinquenti per vocazione genetica, cos’abbiamo fatto noi a loro? Una qualche reciprocità esiste.
Era appena caduto il regime di Ceausescu e già migliaia di “imprenditori” italiani (chiamiamoli con il loro nome: “padroni” e “padroncini”) si fiondavano in Romania, come in altri paesi dell’Est, alla ricerca di manodopera sottopagata. L’avvilente epopea di questi tristi avventurieri è appena stata narrata da Andrea Bajani in un bellissimo romanzo, altamente consigliabile: Se consideri le colpe, Einaudi, 2007. I “portatori di progresso” italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove. Intanto un paese, sottratto a una dittatura ma lasciato nelle braccia del neoliberismo più brutale, assisteva a un degrado progressivo, e diventava tra i massimi esportatori di delinquenti e, soprattutto, prostitute. Nessuno, come i clienti di queste ultime, apprezza i benefici del capitalismo. D’altronde la merce è varia: un volo aereo e c’è, alla periferia di Timisoara, un bordello in cui sono in vendita minorenni dei due sessi. I padroncini vi si affollano.
Fa comodo la miseria altrui, purché resti a casa propria. Se viene qua, si trasformerà in puro accidente o in scelta criminale.
Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato l’Italia!





Il 10 Novembre in piazza per la democrazia!

8 11 2007

Ned Lud ci scrive e noi pubblichiamo a dispetto di chi c’è l’ha con il vecchio zio Ned!

La manifestazione del 10 di novembre contro l’ampliamento dell’Aeroporto di Ampugnano è oramai vicina. Noto con piacere leggendo la stampa, che questa manifestazione e soprattutto i cittadini che si sono attivati, fanno paura. Ed infatti è iniziata una strategia della comunicazione molto elementare e non degna di nessun professionista della comunicazione. Blog artefatti – quello della società aeroporto di Siena – dove ci sono interventi solo di entusiasti (non è che sarà sempre uno solo che scrive?) e qualche (questo vero!) oppositore. Professori che scrivono articoli dove ci spiegano la via da seguire e non si sa se scrivono come uomini e donne con un loro legittimo punto di vista (lo preferiremmo) o come soldatini che devono fare vedere la loro fedelta al nascituro partito democratico (lo comprendiamo, ma ci piace meno). Il sindaco Masi, che dirama un comunicato dove dice che vuole capire di più e dunque anche lui ha qualche dubbio. Mossa, questa ultima, evidentemente fatta per provare a sgonfiare la manifestazione del 10 novembre. Ma caro Masi perchè dovremmo fidarci “subito” di uno come lei che cambia idea troppo spesso…Prenda esempio da Enrico IV che ha dimostrato il suo “reale”pentimento per tre giorni e tre notti a Canossa. Ma anche per essere come Enrico IV ci vuole un pò di coraggio. Questa sua lettera alla vigilia della manifestazione sembra uno stucchevole tentativo di dire ai cittadini “state tranquilli, state a casa, tanto non è sicuro che si farà l’aeroporto”. Mi faccia il piacere! Ma la fandonia che svela un nervosismo molto più grande è quella delle paventate infiltrazioni nel corteo. Le regole della comunicazione impongono che non si dovrebbe parlare di una notizia che non si vuole pubblicizzare perchè – è evidente – la si alimenta. Credo, però, che questa volta serva un eccezione. Questa ultima notizia non solo è una stupidaggine, ma sa di piccola strategia della tensione fatta in casa. Impaurire, insudiciare con notizie false un momento importante come una manifestazione di uomini e donne significa che si ha poco rispetto per la democrazia e rimanda ad un modo di fare che nel nostro paese è stato portato avanti da settori deviati e pericolosi. Non la mando giù. E’ oramai evidente che la manifestazione del 10 di novembre contro l’ampliamento fa paura per come è maturata: una classe economica e politica riteneva di potere decidere tutta sola soletta del futuro di un territorio fregandosene dei cittadini. Ed invece i soliti noti hanno trovato una consapevolezza, una maturità ed una voglia di partecipare con cui non avevano fatto i conti. Semplicemente hanno trovato la forza della partecipazione democratica. Ma Ceccherini, Masi ci hanno dimostrato nell’assemblea di Agenda 21 a Sovicille, che forse non sanno più neanche cosa sono i cittadini. Farebbero meglio a farsi una passeggiata per le vie dei paesi, delle città e parlare con chi amministrano invece di sforzarsi di parlare francese con Madame Galaxy! Per tutti questi motivi la manifstazione del 10 di novembre assume un significato molto più profondo: infatti il 10 diremo NO all’aeroporto, ma soprattutto diremo NO ad un modo di amministrare la cosa pubblica, ad un modo di fare politica che non coinvolge più i cittadini. La politica è partecipazione, la politica è coinvolgimento, la politica è fatta di scelte che vengono prese insieme a chi si amministra e a chi ci delega per rappresentarli. Ma questa delega non è in bianco. Ha bisogno di verifiche e di incontri non solo ogni volta che c’è un momento elettorale, ma costantemente, ogni giorno. Tutto ciò si chiama democrazia partecipata: la praticavano gli ateniesi, oggi è diffusa nel sud del mondo e si sta affermando come modello per amministrare molte capitali del mondo. Forse gli inventori e i professori del partito democratico non hanno capito e non hanno letto bene quella che è l’essenza del NO all’ampliamento di Ampugnano. Si tratta di un NO al primato dell’economia che vuole decidere su di un territorio senza confrontarsi con chi ci vive; un NO che vuole parlare di un altro sviluppo della nostra provincia che passa per il potenziamento della ferrovia e delle arterie stradali in direzione Firenze e Roma. Un NO che vuole confrontarsi non su di che colore deve essere la torre di controllo dell’aeroporto, ma che vuole partecipare consapevolmente ed attivamente per dare una risposta ai bisogni del nostro territorio. Che c’è di strano in questi NO? Forse non siamo abituati più alla democrazia? Forse le sirene dell’autoritarismo e della decisione di uno solo hanno fatto breccia anche in chi si ritiene “democratico”? O forse, qualcuno si è piegato come Enrco IV davanti agli interessi economici di pochi? La difesa della democrazia passa, inevitabilmente, dal reclamare la propria voglia ed il proprio diritto a partecipare alle decisioni, a prendere atto della volontà della maggioranza ed a dimostrare pacificamente il proprio dissenso. Questo è quello che faremo il 10 di Novembre alle ore 15,00 alla Lizza: diremo NO ad Ampugnano per dire SI alla democrazia.

ned lud aka fpi 





Arrivederci Enzo Biagi

6 11 2007

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Se ne andato oggi Enzo Biagi. Una grande perdita per chi crede in un certo giornalismo. Ma di Enzo Biagi mi piace ricordare i suoi editoriali domenicali sul Corriere. E’ stato uno dei primi a capire ed a mettere in guardia gli italiani dal vero pericolo che non è Berlusconi, ma la costante berlusconizzazione della nostra società ed anche ahimè, del centro sinistra stesso. Mi chiedo cosa penserebbe ora di tutta questa storia dei romeni che viene trattata dal centro sinistra con modi e soluzioni simili al peggior governo Berlusconi, chissà Enzo Biagi cosa direbbe. Mi piace ricordarlo pubblicando uno dei suoi ultimi articoli dove parla della Resistenza e del fatto che in questao paese bisogna sempre resistere a qualcuno ed a qulacosa. Arrivederci Enzo Biagi!

Torno in tv dopo un intervallo durato cinque anni: insormontabili ragioni che chiamerò tecniche mi hanno impedito di continuare il mio programma. Sono contento, perché alla mia rispettabile età c’ è ancora chi mi dà una testimonianza di fiducia e mi offre lavoro. Ma non voglio portar via il posto a nessuno: non debbo far carriera, e non ho lezioni da dare. Voglio solo concludere un discorso interrotto con i telespettatori, ripartire da dove c’ eravamo lasciati e guardare avanti.

Quante cose succedono intorno a noi. Cercheremo di raccontare che cosa manca agli italiani e di che cosa ha bisogno la gente. Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C’ è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’ è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l’ Italia agli occhi del mondo? Sono un vecchio cronista, testimone di tanti fatti. Alcuni anche terribili. E il mio pensiero va ai colleghi inviati speciali che non sono ritornati dal servizio, e a quelli che speciali non erano, ma rischiavano la vita per raccontare agli altri le pagine tristi della storia.

I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.

Enzo Biagi